Il Bosco del Cansiglio in autunno, gestione forestale tradizionale
Il Bosco del Cansiglio in autunno — Foto: Umberto Salvagnin, CC BY 2.0, Wikimedia Commons

La gestione delle foreste montane italiane ha attraversato una profonda trasformazione nel corso dell'ultimo trentennio. Dall'approccio produttivistico del secondo dopoguerra, basato sui tagli a raso e sui rimboschimenti monospecifici, si è progressivamente affermato un modello di selvicoltura sistemica che privilegia la stabilità strutturale del soprassuolo e la rinnovazione naturale.

Il quadro normativo attuale si articola intorno al Decreto Legislativo 3 aprile 2018, n. 34 (Testo Unico in materia di foreste e filiere forestali), che ha unificato la legislazione precedente e introdotto nuovi strumenti di pianificazione e certificazione. Il decreto riconosce esplicitamente la multifunzionalità del bosco: produzione di legname, protezione idrogeologica, sequestro di carbonio, conservazione della biodiversità e fruizione ricreativa sono considerate funzioni coesistenti che la pianificazione deve equilibrare.

I principali metodi selvicolturali nei boschi montani

Il taglio a scelta

Il taglio a scelta — o tagli di curazione — è la forma di intervento più diffusa nella selvicoltura naturalistica italiana contemporanea. Consiste nella rimozione periodica di singoli alberi o piccoli gruppi, privilegiando gli esemplari deperienti, quelli di qualità tecnica inferiore o quelli in sovrannumero rispetto alla struttura desiderata del popolamento.

L'obiettivo non è massimizzare la produzione legnosa, bensì mantenere un profilo strutturale articolato per età e dimensione: un bosco a struttura irregolare presenta maggiore resilienza ecologica, maggiore capacità di sequestro del carbonio a lungo termine e migliori condizioni di rifornimento idrico delle sorgenti montane.

Nelle faggete-abetaie alpine, il taglio a scelta viene applicato con turni di 6-12 anni, con prelievi che raramente superano il 15-20% della provvigione totale del soprassuolo. I dati del Piano Nazionale Forestale 2017-2020 indicano che oltre il 65% delle foreste montane pubbliche è gestito secondo questa modalità.

Il taglio a buche e per gruppi

Nei popolamenti a struttura più regolare o nei casi in cui la rinnovazione naturale fatica ad affermarsi sotto la copertura densa del soprassuolo, si adotta il taglio a buche: aperture circolari o ellittiche nella copertura forestale, di diametro variabile tra i 10 e i 30 metri, che creano condizioni di luce sufficiente per la germinazione dei semi e l'insediamento delle plantule.

Questo metodo è particolarmente indicato per l'abete bianco, che è una specie tollerante all'ombra nelle prime fasi di sviluppo ma che, una volta installato, necessita di livelli crescenti di irraggiamento per procedere con la crescita in altezza. I boschi di Vallombrosa e del Cansiglio sono stati gestiti storicamente con varianti di questo approccio.

Conversione dei cedui in fustaia

Una porzione significativa delle foreste montane italiane — stimata in circa 2,5 milioni di ettari — è tuttora classificata come ceduo: boschi tagliati ciclicamente dal piede per ottenere biomassa e legna da ardere. Con la progressiva riduzione dell'economia rurale montana e la diminuzione del fabbisogno di legna, molti cedui vengono avviati all'invecchiamento controllato (ceduo invecchiato) o alla conversione in fustaia tramite rilascio delle matricine.

La conversione richiede tempi lunghi — generalmente 30-50 anni per completarsi — e una pianificazione attenta per evitare l'instabilità meccanica dei polloni durante la fase di transizione. Le regioni Toscana, Umbria e Marche hanno avviato negli ultimi anni programmi specifici di conversione finanziati attraverso il Piano di Sviluppo Rurale.

Pianificazione forestale: strumenti e scala di intervento

La pianificazione forestale in Italia è organizzata su tre livelli principali:

  • Piano Forestale Regionale: quadro strategico decennale che definisce gli obiettivi di gestione forestale a scala regionale, inclusi i criteri per i piani di assestamento e le zone di inattività previste dalla normativa
  • Piano di Assestamento Forestale (PAF): strumento tecnico-gestionale di durata decennale redatto per singole proprietà o comprensori forestali, che pianifica gli interventi selvicolturali, le opere di miglioramento e il controllo della produzione legnosa
  • Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale (PMPF): norme di dettaglio che regolano i tagli boschivi nelle aree non soggette a PAF, definite da ciascuna Regione o Provincia Autonoma
Struttura del bosco del Cansiglio, esempio di gestione forestale sistemica
Struttura del Bosco del Cansiglio — Foto: Bionik23, CC BY-SA 4.0, Wikimedia Commons

L'effetto Vaia e la risposta gestionale

La tempesta Vaia del 28-30 ottobre 2018 ha rappresentato un evento spartiacque per la gestione forestale italiana. In due giorni, raffiche di vento superiori ai 200 km/h hanno abbattuto circa 8,5 milioni di metri cubi di legname nel Triveneto — principalmente peccete alpine tra i 1.200 e i 1.800 metri — con una superficie percorsa stimata in circa 42.000 ettari.

La risposta delle autorità forestali ha messo in evidenza alcune criticità strutturali del sistema:

  • Carenza di soggetti professionali locali in grado di gestire esbosco e valorizzazione del materiale caduto su scala rapida
  • Difficoltà di coordinamento tra proprietà pubbliche (Regioni, Comuni) e private, che detengono rispettivamente circa il 34% e il 66% della superficie forestale nazionale
  • Rischio fitosanitario legato all'esplosione della popolazione di Ips typographus (bostrico), che nelle peccete schiantate trova condizioni ideali per la riproduzione

A partire dal 2019, il Governo italiano ha allocato oltre 350 milioni di euro per interventi di recupero, rimboschimento e prevenzione nelle aree colpite. I programmi di rinaturalizzazione avviati in Veneto, Trentino e Friuli-Venezia Giulia privilegiano la rinnovazione naturale rispetto al rimboschimento artificiale, con monitoraggio periodico degli indicatori di biodiversità.

Certificazione forestale e filiera del legno

La certificazione forestale — FSC (Forest Stewardship Council) e PEFC (Programme for the Endorsement of Forest Certification) — è diventata uno strumento sempre più rilevante per la filiera del legno italiano. Al 2024, circa 870.000 ettari di foreste italiane risultano certificati, con una netta prevalenza della certificazione PEFC nelle foreste pubbliche alpine.

La certificazione garantisce agli acquirenti di legname e prodotti derivati che il materiale proviene da foreste gestite secondo standard di sostenibilità verificati da enti terzi indipendenti. Per le foreste montane, questo ha implicazioni concrete: gli standard PEFC e FSC richiedono, tra l'altro, il mantenimento di alberi morti in piedi (snag) e di legno morto a terra come habitat per la fauna saproxilica, il rispetto di buffer zones lungo i corsi d'acqua e la limitazione dei tagli raso a superfici massime definite.

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità documentale e divulgativa. I dati normativi si riferiscono alla legislazione vigente alla data indicata. Per applicazioni operative in ambito forestale, consultare i soggetti istituzionali competenti (Regioni, Corpi Forestali, Enti Parco).